10 anni a Firenze

Era lunedì. Lo so perché ho trovato il biglietto del volo, non perché in realtà lo ricordassi. Anzi, per anni ho pensato che fosse il 22 e non il 25, per fortuna l’emeroteca della mia casella di posta si prese la briga di correggermi.

Era un sogno che si avverava: venire a vivere a Firenze. Per anni era stata un’ossessione, pensavo spesso in quel momento in cui avrei chiuso la porta della mia casa e avrei detto “andiamo a fare un giro in centro a Firenze”, sapendo che il giorno dopo mi sarei svegliato lì. E quello dopo ancora, e anche quell’altro, e ancora. La mia intenzione fu sempre di rimanere. Se fossi stato un calciatore avrei baciato lo scudo della maglia e avrei indicato il suolo dicendo “rimango”. Invece ero ancora giovane, per certe cose fin troppo. 26 anni. Mi sentivo il padrone del mondo. Non lo ero, ma ci misi un po’ a rendermene conto, forse troppo poco, avrei voluto prolungare quella sensazione un altro po’.

[N.d.A. Nel post in spagnolo avevo iniziato a scrivere questo paragrafo in italiano. È un mondo difficile…] L’Istituto Europeo… Uno dei posti più belli del mondo e contemporaneamente uno dei più crudeli. Dopo tutti questi anni ho imparato ad ammettere alcuni degli errori che commisi per farmi mandare via, ma continuo a credere che sarebbe bastato trovare gente meno stronza più comprensiva per saper incanalare il mio entusiasmo, che non aveva limiti. Per anni fui un cucciolo di labrador che corricchiava e con la coda buttava i vasi per terra. Una delle cose più dure fu probabilmente vedere come altri studenti meno capaci e molto più tristi di me se la cavavano senza problemi, anzi, spesso con dei futuri brillanti. Furono due anni in cui imparai più di quello che avrei voluto, troppe cose, troppo di fila. Invecchiai dieci anni in una sola botta e nella mia barba apparve una chiazza bianca come un timbro sul mio passaporto personale.

Ma, eh, era ancora a Firenze, ero giovane, preparato, e avevo voglia di lavorare e, nel caso non l’avessi detto ancora, di rimanere. Purtroppo erano anni di crisi nera e di lavoro se ne parlava ben poco. Non farò un riassunto della mia vita lavorativa in Italia ma nei quattro anni successivi fui (in quest’ordine) cameriere di un pub irlandese, quasi operatore di un call-center, venditore porta a porta di gas (scusatemi), “attivatore” di abbonamenti a riviste online, professore privato di spagnolo, inviato per una testata di poker a due casinò italiani e gestore di infrazioni di traffico. Durante questi anni feci due volte le valigie per tornare in Spagna, ma per ben due volte il destino attraversò la mia strada.

La prima fu nel 2011. Era la fine di luglio e siccome non trovavo lavoro avevo deciso di tornare a Madrid per riposare, tornare a Firenze, fare le valigie e tornare a casa dei miei. Ma due giorni prima di prendere l’aereo mi chiamarono per dirmi che ad agosto iniziavo a lavorare in un posto normale, con busta paga e queste cose da ricchi. La seconda, nel 2014. Dopo un altro periodo piuttosto nero viaggiai in Spagna con una valigia ormai piena di cose che non sarebbero mai più tornate a Firenze. Avevo persino mandato una scatola piena di libri, segno di sconfitta. Ma non avevo nemmeno lasciato la valigia in camera quando ricevetti un’altra telefonata che diceva che il mio sogno non si era infranto, era solo dolorosamente difficile da raggiungere.

E da allora più o meno tranquillità. E passettini un po’ più lunghi: finirono le stanze in condivisione, arrivarono le prime bollette a mio nome, la residenza, il 730, le ferie pagate, la carta d’identità e persino la patente per una macchina che non sento ancora mia. A me datemi treni e navi.

E arrivò anche lei: le piacquero i miei occhi stanchi e decise di rimanere accanto a me per prendersene cura.

Conoscete quella frase sdolcinata che dice che bisogna fare attenzione ai sogni perché alla fine si avverano? Vi posso dire che non è così sciocca come sembra. Perché si vive di sogni, di desideri, ma quando si arriva a toccarli con le mani non ne spuntano altri per magia, ci vuole tempo per farli nascere e crescere. Siamo a questo punto. Vi si vòle bene pe’ davvero.

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10 años en Florencia

Era lunes. Lo sé porque he encontrado el billete de vuelo, no porque en realidad lo recordara. De hecho durante años pensaba que había sido el 22 y no el 25, por suerte la hemeroteca de mi correo electrónico se encargó de corregirme.

Era un sueño que se cumplía: ir a vivir a Florencia. Durante años había sido una obsesión, pensaba a menudo en ese momento en que habría cerrado la puerta de mi casa y habría dicho “vamos a dar un paseo por el centro de Florencia“, sabiendo que al día siguiente me habría despertado allí. Y al otro, y otro, y otro. Mi intención siempre fue quedarme. Si hubiera sido un futbolista me habría besado el escudo y habría indicado con el dedo hacia abajo diciendo “me quedo”. En cambio era todavía joven, para algunas cosas demasiado. 26 años. Me sentía el amo del mundo. No lo era, pero tardé un poco en darme cuenta, quizá demasiado poco, me hubiera gustado alargar esa sensación un poco más.

[N.d.A. He empezado a escribir este párrafo en italiano, pero me he dado cuenta a tiempo. Más o menos.]. El Instituto Europeo… Uno de los sitios más maravillosos del mundo y al mismo tiempo uno de los más crueles. Con los años he aprendido a reconocer algunos errores que cometí para que me echaran, pero sigo pensando que habría bastado encontrar gente menos hija de puta más comprensiva para saber encauzar mi entusiasmo, que no tenía límites. Durante más de un año fui como un cachorro de labrador que corretea y con la cola va tirando jarrones al suelo. Una de las cosas más duras fue probablemente ver cómo otros estudiantes, menos capaces y mucho más tristes que yo, salían adelante sin problemas, es más, a menudo con brillantes perspectivas. Fueron dos años en los que aprendí más de lo que habría querido por aquel entonces, demasiadas cosas, demasiado seguidas. Envejecí diez años de golpe y en mi barba apareció una mancha blanca como un sello en mi pasaporte personal.

Pero, ey, seguía en Florencia, era joven, preparado, y tenía ganas de trabajar y, por si no lo había dicho, de quedarme. Por desgracia eran años de una crisis tremenda y de trabajo se hablaba poco. No voy a hacer aquí un resumen de mi vida laboral en Italia, pero digamos que en los cuatro años sucesivos fui (en este orden) camarero de un pub irlandés, casi operador de call-center, vendedor puerta a puerta de luz y gas, “activador” de suscripciones a revistas online, profesor privado de español, reportero de poker en dos casinos italianos y gestor de multas de tráfico. Durante este tiempo hice la maleta en dos ocasiones para volver a España, pero en dos ocasiones el destino se cruzó en mi camino.

La primera vez fue en 2011. Era finales de julio y como no encontraba trabajo había decidido volver unos días a Madrid para descansar mentalmente, volver a Florencia, hacer las maletas y volver a casa de mis padres. Pero dos días antes de coger el avión me llamaron para decirme que en agosto empezaba a trabajar en un sitio normal, con nómina y cosas de esas de ricos. La segunda en 2014. Después de otro período bastante negro viajé a España con una maleta ya bien llena de cosas que no volverían nunca a Florencia. Ya había mandado incluso una caja con libros, una señal clara de la derrota. Pero no había ni siquiera dejado la maleta en mi cuarto cuando recibí otra llamada que significaba que mi sueño no se había roto, era sólo dolorosamente difícil de alcanzar.

Y desde entonces más o menos tranquilidad. Y pasos más largos: se acabaron las habitaciones en pisos compartidos, llegaron las primeras facturas a mi nombre, el empadronamiento, la declaración de la renta, vacaciones pagadas, carnet de identidad italiano e incluso el carnet de conducir para un coche que sigo sin sentir mío. A mí dadme trenes y barcos.

Y ella también llegó: le gustaron mis ojos cansados y se quedó conmigo para cuidarlos.

¿Conocéis esa frase ñoña que dice que hay que tener cuidado con los sueños porque al final se cumplen? Pues os puedo decir que tiene mucha más razón de la que parece. Porque se vive de sueños, de anhelos, pero cuando se llega a tocarlos con las manos no brotan otros nuevos por arte de magia, hace falta tiempo para que nazcan y crezcan. Y en esas estamos. Se os quiere.

La morte

Ho sempre pensato alla morte come a una rivelazione. Di segreti, di dati, di numeri. Innanzitutto di cosa c’è dopo, ma anche di cosa c’è stato prima, che in fondo è un po’ la stessa cosa. Vorrei sapere cosa ci hanno azzeccato le religioni, in caso qualcuna l’abbia mai fatto. Ma poi vorrei un resoconto della mia vita con tutti i dettagli, tutte le cose che non ho mai saputo, le cose a cui ho creduto che erano false, le verità che ho sempre rifiutato di accettare per orgoglio o incapacità. Penso che la prima cosa che chiederei a dio (o chi per lui) sarebbe dove sono finiti gli oggetti che ho perso, non per un becero senso di proprietà ma per pura e semplice curiosità: il pezzo di quel gioco che mancava quando abbiamo richiuso la scatola, quel calzino spaiato, quella moneta che mi è caduta dalla tasca. Cose di questo genere, quelle banalità che da sole racchiudevano una buona parte dei misteri della vita.

Vorrei sapere di più su tutte quelle cose che non mi raccontavano fino in fondo perché “ero piccolo”, il motivo di quella discussione fra i miei genitori o perché quella volta non mi hanno fatto andare a giocare dal mio amico. Mi piacerebbe anche conoscere quali sono stati i miei errori più grandi e quali di loro mi hanno cambiato di più la vita; forse un accenno di come sarebbero andate le cose avessi preso un’altra via, come nelle partite di scacchi sui libri quando fra parentesi ti spiegano le conseguenze della variazione dalla linea principale. Qualche cosa giusta so (o penso) di averla fatta, quindi anche un elenco di quelle volte in cui avrei potuto fare peggio vorrei leggerlo. Chi ho perdonato e non avrei dovuto e chi invece meritava una seconda o terza o quarta opportunità e non gliel’ho concessa.

Ma poi i numeri, soprattutto i numeri… Quanti soldi ho sprecato? Quante ore ho buttato alle ortiche facendo niente o facendo qualcosa di nessun valore? Quanti chilometri ho percorso? A piedi, in aereo, in treno… Quanti chili di carne ho mangiato, quante cozze, quanti piatti di carbonara, quanti film ho visto, quanti sogni ho fatto (magari anche cosa significavano un paio), quanti gol in carriera, quanti versi ho scritto, quanti libri ho letto, quante ore di bella musica ho ascoltato, quanti tramonti sono stato veramente felice…

Fino a quel momento, che spero arrivi fra tanti anni, continuerò a vivere con tutte queste informazioni incomplete, facendo finta di capire o di non vedere a seconda delle giornate.

Le chiappe sul traghetto

Da un po’ di tempo a questa parte le mie vere ferie iniziano nel momento in cui le mie natiche ispaniche si posano (con più o meno grazia a seconda della stanchezza) sul traghetto che mi porta all’isola di Capraia. Non quando esco dal lavoro l’ultimo giorno, non quando mi sveglio a poche ore dalla partenza, il mio riposo inizia solo quando mi siedo e inizio a gustarmi l’aria del mare e la sensazione di libertà.

Prima di salire ci capita spesso di incrociare quelli che tornano dall’isola, abbronzati, quasi tutti felici, o almeno contenti. Chiunque si fermi a guardare la mia espressione deve odiarmi, me e il bambino che corre verso la nave mentre io faccio finta di camminare.

Nei giorni in cui i passeggeri degli aerei sono trattati come i peggiori terroristi e le autostrade sono il raduno degli imbecilli, il barco e il treno sono gli unici mezzi che ti permettono di iniziare il viaggio con un minimo di romanticismo.

Poi a un certo punto la nave parte, all’inizio non te ne accorgi nemmeno, dolcemente dondolato anche ancorato al porto. Poi le altre navi rimangono indietro, persino quei giganti che sembrano intere periferie galleggianti. Davanti solo il Mediterraneo, che come diceva un mio professore all’università parlando degli arabi che avrebbero attraversato lo Stretto di Gibilterra nel secolo ottavo, “non è un ostacolo né una barriera ma un invito“. E io l’invito l’accetto sempre troppo volentieri, anche se mi fa strano sentirmi ospite a questo posto che considero casa mia. Forse è questa una delle letture del Mediterraneo, essere un po’ anfitrione ovunque ma anche un po’ ospite a casa tua.

Spesso Capraia si vede già dalla terraferma e ti viene negato quel piacere da conquistador di aguzzare la vista in attesa che la meta del viaggio inizi a indovinarsi all’orizzonte. In questo caso il senso di isolamento un po’ si perde ma riappare quando si scende dalla nave e il continente sembra un mondo lontanissimo dove in fondo speri di non tornare. “Vediamo se questa è la volta buona che non torno“, dico a volte un po’ scherzando, un tanto no. L’eremita che educa il bambino che correva verso la nave ne gioverebbe tanto.

Forse tutto questo nasce dalla comunissima allegria di andare in ferie e tendo a sublimare un semplice viaggio; o forse questo mare, quest’isola e questa brezza mi mancano da morire tutti gli altri giorni dell’anno.

Invettiva contro la frizione

A volte l’uomo è in grado di fare scoperte affascinanti. Invenzioni che fanno fare un salto evolutivo di diversi secoli. Una di queste è stata senza dubbio la macchina, nipote del motore a vapore. Ma… Perché un’invenzione così importante conserva una parte così arretrata come la frizione?

Siamo seri: non ci sarebbe bisogno di imparare a guidare se non ci fosse la frizione, o almeno se non fosse rimasta al primo modello. Il resto di componenti della macchina si sono evoluti alla versione due miliardi punto zero mentre la frizione è rimasta alla versione beta. Vediamo di cosa parlo, punto per punto.

Nel momento in cui si inventa la macchina, la prima idea sarà stata sicuramente:

qua mettiamo il pedale del gas, più si preme, più veloce si va, se si molla, la macchina frena progressivamente; per aiutare comunque nella frenata, mettiamo un altro pedale, che può far fermare la macchina velocemente“.

Ok, un’idea chiara, semplice. Ma a quanto pare non così semplice da realizzare: per far raggiungere la macchina velocità più alte bisognava aggiungere la frizione. Ok, ci può stare, è successo tanto tempo fa, non si poteva fare subito tutto perfetto, va bene, lo accetto.

Ma si parte subito male.

“Per azionare la frizione aggiungiamo una leva, che potrà essere mossa solo se prima si preme un terzo pedale”.

Come, un terzo pedale? Ma quanti piedi ha un essere uomo medio? Due, no? Allora perché aggiungere un terzo pedale? Ancora non esisteva, ma in un certo senso stavano già pensando alla famosa scena di “Big” di Tom Hanks, quella in cui suona un pianoforte gigante con i piedi.

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Tom Hanks preparandosi a uscire dall’autostrada

Va bene, posso anche accettare il pedale per muovere la leva. Ma poi…

“Allora, la leva non la facciamo lineare. Facciamo che la macchina di suo non ha nessuna marcia ingranata. Per mettere la prima marcia bisogna fare un movimento a sinistra e uno in avanti. Poi la seconda in basso, per la terza bisogna tornare al punto di partenza e andare in avanti, eccetera…”.

Questa idea folle ha trovato dall’altro lato una persona che ha detto “perfetto, mi sembra una soluzione che non potrà mai essere migliorata“.

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La logica umana.

Ma non finisce qui. Alla frizione è stata data una funzione in più. Se uno vuole stare semplicemente fermo con la macchina accesa non può a meno che non prema la frizione. E se levi il piede? La macchina si spegne! È tutto così ottocentesco che farebbe molto ridere se tutto questo non ce lo fossimo portato avanti fino ai nostri giorni. È vero che ormai esiste il cambio automatico e che alcune macchine hanno una leva come dio comanda in cui devi solo portarla in alto o in basso per cambiare le marce ma mi chiedo come mai un meccanismo così complesso possa essere ancora così diffuso.

È come se dopo aver inventato la polvere da sparo si usassero le frecce al posto delle pallottole, come se dopo aver inventato la stampa si facessero i libri in legno e non in carta, come se dopo l’invenzione del telefono si potesse parlare solo esperanto, come se dopo aver scoperto la penicillina Fleming avesse detto: “ma questo non sarà mai comparabile a una decina di sanguisughe con Saturno all’orizzonte!“.

Tutti si abituano alla frizione manuale, anche i vecchini più rincoglioniti che fanno fatica a non pisciarsi nelle mutande continuano a guidare, ma ciò non significa che la frizione non sia un pezzo di meccanica quasi leonardesca in un mondo in cui possiamo far arrivare un insulto alla tasca del presidente degli Stati Uniti mentre facciamo la cacca in casa. Frizione, io ti detesto e ti dichiaro guerra infinita.

La difesa della piccola libreria

Io e Beatrice siamo andati ieri a fare una passeggiata dopo aver fatto colazione da Badiani. Temperatura perfetta, un lieve venticello che ci ha rigenerato dopo due settimane di afa. Tornando a casa abbiamo visto dall’altra parte di Viale dei Mille una libreria che, pur avendola notato qualche volta, non era mai stata visitata dai nostri occhi curiosi, quindi abbiamo deciso di attraversare ed esporla al nostro giudizio implacabile.

“L’Ora Blu” è una piccola libreria, una sola stanza di circa cinquanta metri quadri, con scaffali non nuovissimi ma neanche troppo vecchi. La prima (e falsa) impressione è di disordine, la divisione fra le materie è fatta con piccole scritte bianche che sfuggono al primo sguardo dando però una piacevole sensazione di “totum revolutum” che gli amanti dei libri adoriamo, quella sensazione di “Biblioteca di Babele” borgiana.

La prima cosa che uno nota dopo aver guardato due o tre scaffali è la quantità di case editrici minoritarie, le collane mai viste prima, gli autori di cui uno si vergogna di non poter dire nemmeno il paese di origine.

Ho scoperto anche con grande piacere la grande varietà di titoli nella sezione musicale e una serie di libri sulla storia della mafia che non ricordo aver visto nelle solite librerie. E’ a questo punto che te ne accorgi quanto possa essere falsata la tua idea del mondo dell’editoria dopo troppe ore a guardare gli stessi libri nello stesso ordine.

E poi… La carta. Parliamo della carta, quell’invenzione meravigliosa ma sempre più declassata non solo per l’arrivo del digitale ma soprattutto per la mancanza di interesse degli editori di valorizzarla come materiale, come esperienza sensibile. Chi ama i libri è disposto a pagare qualche euro in più per avere una carta degna di essere chiamata tale, degna di ospitare certe frasi, certe musiche delle dita. C’è sempre una scelta, e chi utilizza carta scadente perché meno costosa non ha il coraggio di morire in piedi.

Non avevo nessuna voglia particolare ieri ma non potevo andarmene da lì senza aver comprato un libro. Non solo per rispetto del libraio, che ha avuto la classe di non chiederci se “cercavamo qualcosa”, probabilmente perché ha capito le nostre intenzioni puramente edoniste, ma soprattutto perché un posto del genere è necessario per una città come Firenze. Comprare nelle piccole librerie è un atto di resistenza.

Ieri riflettevamo poi nel pomeriggio sul commercio equo e solidale, e su come sia impossibile essere un consumatore etico al 100%, soprattutto per questioni economiche. Se uno dovesse comprare solo prodotti biologici, vestire abiti fabbricati in luoghi di fiducia e via dicendo, servirebbero almeno due stipendi di 2.500-3.000€. Che poi uno pensa in realtà all’origine del petrolio con cui si fa la benzina per la macchina e capisce che non c’è verso di aggiustare tutto solo con le proprie scelte, ma il punto è che purtroppo non possiamo intraprendere tutte le battaglie che ci piacerebbe, quindi dobbiamo scendere a compromessi con noi stessi e con il mondo che ci circonda. E una di queste battaglie è quella delle librerie, che è una abbastanza accessibile. Spesso le differenze di prezzo fra una grande catena e una piccola libreria da quartiere è di pochi euro. Se poi pensiamo che spesso queste librerie sono più vicine a casa nostra di una grande libreria in centro, che dobbiamo raggiungere con i mezzi pagando il biglietto, allora la differenza praticamente viene azzerata.

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Io ho deciso di comprare un piccolo libro di Antonio Machado, “La guerra”, una delle ultime opere del poeta spagnolo composta da sette brani, alcuni in prosa, altri in verso (con testo originale a fronte), fra cui tre poemi dedicati a Federico García Lorca. Una scelta quindi dei mille significati. Non lasciamo sole le piccole librerie.

 

Una reflexión histórico-artística sobre el busto de Cristiano Ronaldo

Esta semana se ha presentado al público un busto dorado de Cristiano Ronaldo, que ha causado no pocas reacciones por el escaso parecido de la figura con el futbolista portugués. Creo que, más allá de la burla, esta escultura debería alertarnos sobre la crisis de la civilización occidental.

Como estudiante de Historia del Arte una de las primeras cosas que me llamó la atención desde la ignorancia y la incomprensión fue lo feas que eran, desde un punto de vista puramente estético, las figuras que se veían en muchas portadas medievales. Hombres y mujeres deformes, desproporcionados y que parecían hechos, en algunos casos, por niños que no sabían dibujar. No entendía cómo después de la perfección había alcanzado la escultura clásica en la representación del cuerpo humano se había podido llegar a esas figuras.

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La explicación de este fenómeno se basa normalmente con la pérdida de importancia del ser humano en detrimento de Dios, y al hecho de que el hombre, imperfecto, que ya no era “la medida de todas las cosas”, debía ser reducido casi a un simbolo de sí mismo y no debía por tanto representar su lado más terrenal sino espiritual. Una explicación que nunca terminó de convencerme: entendámonos, no quiero decir que yo tengo la verdad absoluta sobre la Historia del Arte y millares de historiadores se equivocan, pero siempre he creído que había que perder el miedo a decir que muchas de esas figuras medievales estaban mal hechas porque eran obra de artesanos de escasa calidad y no porque detrás de ellas hubiera un concepto artistico tan complejo. Sobre todo en la Alta Edad Media, el colapso ocasionado por la desintegración del Imperio Romano causó que muchas zonas de Europa, que después formarían parte de las grandes potencias modernas, no fueran durante varios siglos nada más que una periferia subdesarrollada del mundo occidental. Pero esto es algo que la historiografía artistica contemporanea, nacida prácticamente en paralelo al desarrollo de los nacionalismos del siglo XIX, nunca ha sido capaz de aceptar abiertamente. Es obvio que en los grandes centros medievales el nuevo modo de representar el cuerpo humano respondía a estos principios espirituales, pero también es verdad que, lejos de estos lugares, la “fealdad” de estas figuras era el fruto casi únicamente de artesanos de escasa calidad que no disponían ni de centros donde aprender la técnica ni de modelos válidos a los que imitar.

Podemos recordar incluso en este momento la leyenda que Vasari cuenta sobre Giotto, el pintor que abrió las puertas al Renacimiento. Vasari narra que Giotto fue descubierto, a la edad de diez años, por otro gran pintor como Cimabue, que lo encontró dibujando sobre una piedra una oveja “di naturale”, o sea, tomando como modelo la propia Naturaleza, algo que no sucedía desde hacía muchos años, “habiendo estado enterrados (…) por las ruinas de las guerras, las maneras de las buenas pinturas y dibujos”. Más allá de la fantasía de la leyenda, lo que considero importante en este momento es subrayar que Vasari habla de un mundo en el que uno podía nacer con el talento pero necesitaba alguien que lo llevase a un centro importante (en este caso Florencia) para desarrollarlo. Y si esto sucedía todavía en la segunda mitad del siglo XIII en la floreciente Italia de las ciudades-estado, imaginemos en los siglos VI, VII, VIII en las campiñas castellanas, francesas o alemanas…

Por todo esto el busto de Cristiano Ronaldo me parece que está gritando “la Edad Media está volviendo”. Es obvio que hoy en día hay artistas capaces de hacer un retrato fidedigno de cualquier persona (vivimos en la era de las impresoras en 3D), o no realistico pero con un concepto artistico concreto. Me temo en cambio que el caso del busto no responde a ningún concepto determinado sino a una incapacidad artística del escultor. ¿Cómo es posible que alguien que no es capaz de hacer correctamente una escultura se encargue de hacer la de uno de los deportistas más importantes del planeta? Parece evidente que la designación no se ha hecho en base a su habilidad sino por otros motivos, lo que dice muy poco del lugar que ocupa el Arte en la sociedad occidental del siglo XXI.

Sanremo visto por un extranjero que vive en Italia

El año pasado quise contarles a los italianos por qué me encanta Sanremo, por qué me tiene pegado a la pantalla como si fuera un español de los años ochenta viendo el “Un, dos, tres” el viernes por la noche. Ni siquiera puedo decir que me gusta porque es cutre o porque es hortera, porque, a pesar de que a ratos puede serlo, el festival de Sanremo es una pedazo de institución de la música en Italia que une generaciones. Es como lo que la gente del cine en España querrían que fueran los Goya. Bueno, después de este preámbulo me traduzco a mí mismo en un ejercicio poco velado de egocentrismo.

“Sanremo visto por un extranjero”

Ayer comenzó una nueva edición de Sanremo y siento la necesidad, queridos italianos, lo que significa para uno que no ha nacido en este país pero que vive en él desde hace casi ocho años.

A Sanremo se le conoce en el extranjero, diría que es incluso famoso, al menos para un español de mi generación (quinta del 1982). En España teníamos el festival de Benidorm (desaparecido) y también el de la OTI (a nivel latinoamericano, este también se acabó), así que pensad cómo tenía que ser importante Sanremo para que lo conociéramos en España aunque las canciones fueran en otro idioma.

Recuerdo que la primera vez que oí hablar de Sanremo después de mudarme a Florencia pensé “joder, todavía lo hacen”, e imaginé que sería una cosa ya viejuna y seguida sólo por la gente de más de cincuenta años. Me equivocaba por completo y no lo sabía. Con el paso del tiempo y mi progresiva “italianización” empecé a entender que Sanremo estaba vivo no porque la RAI se empeñara en hacerlo, sino porque era mucho más amado de lo que creía. A veces oía, hablando de algún artista, “con esta canción debutó en Sanremo”, o “esta la llevó a Sanremo pero luego no ganó porque blablabla…”. Gustara o no, Sanremo era todavía una referencia para los cantantes: uno si quisiera podría no ir nunca, pero sería una especie de desprecio para el mundo de la música italiana.

Porque al final veo que todos los artistas que cuentan con una mínima popularidad (o que aspiran a tenerla) ven Sanremo como una gran reunión familiar. Esa en la que conoces sólo los parientes más allegados cuando eres pequeño, pero esa que, a medida que creces y la familia se estrecha en la cima y se alarga en la base, sientes más tuya porque tienes una concepción más completa de pasado, presente y futuro. Ayer veía a Laura Pausini veintrés años después de “La soledad” y pocos minutos después la veía en Twitter en un selfie con Francesca Michielin, que de años tiene sólo veinte. Francesca no había nacido cuando Laura cantó por primera vez en Sanremo.

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Hay algo de intergeneracional en Sanremo, ese pasarse el testigo de mayores a jóvenes, que es muy bello, pero bello en el sentido más alto de la palabra, que pertenece a la grande belleza. Italia es un país muy poco unido para muchas cosas pero Sanremo parece que pasa por encima de todas sin ni siquiera pensarlo. A veces también es aburrido, entre anuncios infinitos, personajes más o menos apropiados para presentarlo, actuaciones más o menos interesantes y noches en las que no se salva ni un estribillo, pero es algo que se sabe, se acepta y ya está.

Porque el hecho de que Sanremo dure varios días hace que todos tengamos tiempo no sólo para hablar con amigos y familiares, sino sobre todo de rumiar un poco las canciones y pensar “en realidad esa de Fulanito la quiero oír otra vez, yo creo que me gustaba”. Si fuera una sola noche de seis horas de buena música sería otra cosa, pero no Sanremo.

Resumiendo, yo tengo una envidia brutal de Sanremo. Cuando pienso en algunas de las cosas que se consideran tradiciones en España, pienso que en vez de un señor con una espada y un toro moribundo a dos metros preferiría alguien con un micrófono, una guitarra y una historia. Sanremo no tiene que ser perfecto ni ofrecer siempre grandes canciones, tiene simplemente que existir. Porque es un baluarte de la música como valor cultural y de cohesión de un país. La música no nos hará por fuerza mejores pero nos ayudará a recordar que venimos del mismo sitio, como dos gaviotas que hablan del viento a la orilla.

Imágenes de usar y tirar

¿Cuál es la esperanza media de vida de una imagen hoy en día? Seguramente segundos, y me atrevo a decir que no llega a cinco. Internet, con su inmensa facilidad para proporcionarnos casi cualquier imagen imaginable (figura retórica inevitable), ha trivializado el valor de la gran mayoría de esos centenares de cosas que pasan delante de nuestros ojos cada día. “Este vídeo puede contener imágenes sensibles“, nos dicen a veces, pero haced la prueba: basta mirar cinco o diez segundos para que el umbral del asombro de cualquier cosa que veamos desaparezca. Decapitaciones, gente que muere envuelta en llamas, niños varados en las playas. El ojo contemporáneo se acostumbra a todo con una facilidad que debería como mínimo avergonzarnos.

Pienso en la importancia que ha tenido para los emperadores de la Antigüedad o para cualquier rey de la Edad Moderna la imagen que difundían de sí mismos, bien en esculturas públicas que en retratos de corte en los que dejar claro no sólo quiénes eran sino también por qué gobernaban, para quién, con qué ideales. Los gobernadores actuales tienen el inconveniente de que la imagen que proyectan al mundo es múltiple, cotidiana, variopinta. Se puede uno permitir una foto jugando con un balón con unos niños sin ser recordado como uno preocupado por la infancia y se puede ofender media hora después a cualquiera sin que la ofensa ocupe más de treinta horas en los medios de comunicación más adversos, porque al cabo de ese tiempo habrá otras decenas de cosas que deben iniciar y finalizar su brevísimo ciclo vital.

Hay gente (políticos, deportistas) a la que fotografían por lo menos una vez por la mañana y una por la tarde: así es muy difícil dejar al mundo una imagen de uno mismo que no tenga fecha de caducidad. Así que al final es el espectador el que elige la imagen que quiere conservar en su cabeza de esa persona o de ese acontecimiento, es una parte más de esta época de la “post-verdad”, elegir qué imagen conservar de un dictador: las filas de víctimas o la foto envuelto en la bandera como símbolo de patriotismo. Habrá quién te enseñará sólo una de las dos imágenes o quien te mostrará ambas con una falsa equidistancia, como si una foto con una bandera valiera las vidas que se cobran en la imagen de al lado.

Desde que llegó a la presidencia de Estados Unidos Donald Trump ha dejado decenas de imágenes que hace treinta años habrían escandalizado a todo el país y a todo el mundo, pero que hoy en día han durado algunos miles de “retweets”, tres o cuatro “memes” y algunos gifs animados. Es decir, más o menos lo mismo que alguna cara graciosa de un actor en una película, una caída inoportuna o un gato que hace cosas de gato. Y en cambio son imágenes poderosísimas, como esta:

Resulta que Trump, que ha basado una buena parte de su campaña electoral en el eslógan “compra americano y contrata americano“, hace sus corbatas en China, uno de los países con los que ha ya iniciado su particular guerra comercial. Y, obviamente, no ha pasado nada. Nada. Porque el ciudadano medio no sabe leer una imagen. Sin pensar ni siquiera que si supiera hacerlo después encontraría otra serie de “argumentos” para justificarla, pero la gran mayoría ni siquiera es capaz de entenderla.

Por no hablar de esta otra secuencia de imágenes:

Si pienso que en la Edad Media las imágenes se utilizaban como sustitutas de los libros y como pizarras donde explicar la lección pienso que hemos retrocedido miles de años en la capacidad intelectual del ser humano. Somos incapaces de relacionar imágenes con conceptos, estamos tan condicionados por nuestros prejuicios que antes de que la imagen llegue a nuestro cerebro sabemos qué responder o si debemos ignorarla por completo.

Este es uno de los motivos principales por los que estos líderes son tan poderosos, porque saben que no necesitan ni siquiera tergiversar la verdad para ser los dueños del mundo, les basta encender un deseo en cada uno de nosotros para que hagamos el resto motu proprio: seguridad, identidad, orgullo. Nada será principal, todo secundario, también las imágenes, o mejor dicho, sobre todo las imágenes. No hará falta ni siquiera editarlas, bastará elegir una y convertirla en “verdad” mientras todas las demás serán, en el mejor de los casos, sospechosas de ser manipulaciones de no se sabe qué original.

Sacarse el carnet de conducir en Italia (capítulo I)

Los que me conocéis desde hace más tiempo sabéis que siempre he tenido una curiosidad morbosa por la burocracia, esa mezcla de incredulidad y admiración por ese modo tan genial que tiene el Estado de sacarte de quicio y los cuartos. Si la democracia nació en Grecia, la burocracia en Italia, no hay muchas dudas al respecto. Aquí comienza la historia de cómo me saqué el carnet de conducir en Italia (en realidad por ahora es la historia de cómo me apunté a la autoescuela, pero hay que ser optimistas).

Con todo el jaleo de la última semana casi me olvido de contar lo más importante. En Italia, país miembro y fundador de la Unión Europea, no te puedes sacar el carnet de conducir si no tienes un carnet de identidad italiano. Cuando fui la primera vez en 2015 a preguntar para apuntarme me dijeron “es el único documento que se acepta para la inscripción. En ese momento yo, que soy español, tenía mi pasaporte en regla y resultaba como empadronado en Florencia, pero no, no bastaba. Pensé en decirle al señor de la autoescuela que sé hacer la pasta casera y que my pesto is the besto, pero preferí encajar la derrota con algo de dignidad y volverme para casa.

Pero en 2016 me hice el DNI italiano y con él redoblé mis esfuerzos para apuntarme a la autoescuela, así que me explicaron los trámites, que ahora son un poco diferentes a como eran hace unos años, ahora hay que hacer por fuerza una clase práctica de noche y otras cosas de las que ahora no me acuerdo pero que sonaban difíciles, tipo aparcar en cuesta y cosas así. Así que sólo quedaba “el papeleo”. Y poner la pasta. Porque en la vida, desde que tiene uso de razón, es ir soltando, a poner, es un pozo sin fondo.

Se empieza por lo fácil: el DNI italiano, la tarjeta de la seguridad social y dos fotos de carnet. Aunque en realidad las fotos no eran las adecuadas, llevé dos tamaños diferentes de las que me hice la últime vez que hice papeleos pero resulta que las buenas eran justo las de en medio, las que no estaban. El tipo tuvo que ver el pánico en mi cara porque cogió las grandes casi haciéndome un favor. Pero me vale.

Después se sigue con la pasta. Pero lo mejor es que no te dicen: “paga 200€”. Sería demasiado fácil. Hay que ser más original. Pero mucho más. Para empezar te dan tres sellos que tienes que ir a pagar a Correos, de los que dos se pagan en una cuenta y uno en otra. No vayan a ser los tres en la misma y vayamos a dejar al empleado de Correos sin su ocasión de equivocarse. Luego hay que ir al médico de cabecera a que te haga un “certificado anamnéstico”, o sea, uno de esos donde dice que no estás loco, que no te pinchas heroína y que parece que los huesos los tienes todos. Mi médico lo rellena sin hacerme una sola pregunta mientras me cuenta, en español, que este verano va a Formentera, que volará hasta Ibiza y que luego cogerá el ferry. Para terminar, sus honorarios: “ok, 30€ y estamos“. Sí, por si no lo sabíais, en Italia se suelta pasta al médico de cabecera. Sellos, 65,74€, médico 30€. Llevo 95,74€ y ni siquiera he vuelto a la autoescuela.

Luego hay que pasar el reconocimiento de la autoescuela. Que piensas “visto que el primo era puramente formal, este será un poco más serio“. Ja. Ah, casi se me olvida, para el reconocimiento oficial, hay que comprar, esta vez en el estanco, otro sello, de 16€. El médico de la autoescuela proncuncia mi nombre y apellidos como si tuviera que salir a hacer el paseíllo en Las Ventas y luego me empieza a contar que le encanta España, que mucho mejor Madrid que Barcelona, que el País Vasco es muy bonito, que tápate un ojo y dime qué letra ves aquí, ahora tápate el otro, que si del Madrid o del Atleti, que si joder las dos finales de Champions, que 30€ y tan amigos. Tiempo total: aproximadamente 96 segundos.

Salgo del despacho-clase y le digo al señor de la autoescuela que yo ya, que soy niño y que quiero pagar la inscripción, que van casi diez minutos desde la última vez que saqué la cartera del bolsillo y que me da cosa. Así que saca el bloc de las facturas, me hace una superdetallada “Algaba, 200€” y me dice “¿el libro te lo he dado ya?” y yo “no, no“. Así que manda a la otra a coger el libro, que lo trae y le encarga a uno que pasaba por allí que me explique cómo “funciona” (el libro), ya que no voy a seguir las clases. El finalista del concurso de “explicarse como los libros cerrados con sangre de infieles” abre el libro y me dice: “bueno, pues este es el libro… ¿Ves? Estas son las preguntas que te vas a encontrar en el examen“, mientras indica las cosas esas dibujadas en el papel que en Occidente llamamos letras y palabras. “Y bueno… Y esta es la aplicación que te puedes bajar para los test, pero no sé muy bien…” dice, mientras abre y cierra un folleto en el que se lee “SIDA Quiz App”. Por fortuna en ese momento vuelve la rubia y me dice “esta es la aplicación, te conectas con tu login y tu password, metes este código y haces los test“.

Así que después de dos certificados médicos, una fila en Correos, otra en el estanco y 341,46€ ya estoy inscrito a la autoescuela. Hurra. Algarabía. SIDA.

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